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domenica, 22 maggio 2005

   Tutto quello che state per leggere è stato scritto tra il maggio del 2003 e il dicembre del 2004. Visto che non sono riuscito a pubblicarlo altrove, ho deciso di pubblicarlo in un blog.



Chiudo un giorno.
Non ho rubato.
Non ho ucciso.
Come se avessi rubato,
come se avessi ucciso - Aldo Gar

 
Non smetteremo di esplorare
E alla fine di tutto il nostro andare
Ritorneremo al punto di partenza
Per conoscerlo per la prima volta - Thomas S. Eliot


Sono le dieci e venticinque, e non ho più niente
da perdere -
J. Woods, C’era una volta in America

Postato da: GilRoland a maggio 22, 2005 22:44 | link | |

lunedì, 23 maggio 2005

25 Maggio 2003 

   E’ stato un percorso lungo quello che sto per raccontare. Una strada lunga, faticosa e tutta in salita. Un percorso iniziato quattro anni fa con la fine di una storia d’amore. Oggi sono arrivato in un punto da cui mi sento di poter guardare indietro senza correre il rischio di diventare una statua di sale, è per questo che sto scrivendo questo racconto. E’ un racconto nel senso stretto del termine: racconterò i fatti più importanti degli ultimi quattro anni della mia vita interiore. Marco Polo raccontò i suoi viaggi, io vi racconterò il mio. Un viaggio dentro me stesso durato quattro anni.

   Questo racconto servirà prima di tutto a me e voglio essere sincero: questo è il motivo principale per cui lo sto scrivendo. Ma c’è almeno un altro motivo. Lo sto scrivendo anche per alcune persone che sono passate nella mia vita in questi quattro anni. Per alcune di queste persone non ho avuto molto tempo, la mia mente era sempre altrove: stava viaggiando. Se qualcuna di loro leggesse quello che sto per raccontarvi, potrebbe trovare alcune risposte e se vi sembra poco vi sbagliate di grosso. Una risposta del genere di quelle che intendo in questo discorso non è mai una cosa da poco. Per dirne una, se avessi avuto le risposte che cercavo belle e pronte, magari questo mio viaggio sarebbe stato molto più breve. E credetemi, in un viaggio del genere anche un giorno in meno, un solo giorno in meno, può fare molta differenza. Ma quando le risposte che cercate le custodisce un’altra persona e questa persona non è intenzionata a darvele, resta poco da fare no? Resta solo da mettersi in cammino e andarle a cercare. Resta solo da trasformarsi in cacciatori di risposte, per tutto il tempo che ci vorrà. 

Postato da: GilRoland a maggio 23, 2005 00:20 | link | |

   L’inizio di questo racconto coincide con una fine: a giugno del 1999 finiva una storia d’amore. Ne finiscono tante di storie d’amore e in tutti i mesi dell’anno, ma quella che finì a giugno del 1999 era la mia.

   Poche volte nella vita ho avuto una percezione così chiara di quello che stava succedendo come la ebbi in quel mese di giugno: nel momento in cui la mia storia stava finendo, sapevo che sarebbe finita. Lo sapevo con una certezza assoluta, è questo che voglio dire: lo sapevo come so il mio nome, o la mia data di nascita e poche altre cose. Insomma lo sapevo. L’ultimo giorno che litigammo, l’aspettai sotto casa dalle tre del pomeriggio alle dieci di sera. Sette ore che a ricordarle oggi mi sembrano sette anni. Mi ricordo tutto di quelle sette ore, potrei scrivere pagine intere solo raccontandovi cosa è successo in quelle sette ore. Mi ricordo le facce delle persone che passavano per strada - le guardavo tutte, sperando che una di loro fosse Lei -, mi ricordo il discorso che facevano i due con la bancarella piazzata proprio lì vicino a me, mi ricordo cosa pensavo, insomma tutto. I miei sensi stavano funzionando al centodieci percento in quel momento, forse è per questo che i miei ricordi di quel giorno sono così precisi.

   Lei non arrivò. Alle dieci di sera decisi che avevo aspettato abbastanza: mi alzai dal marciapiede, mi diedi una sgrullata ai jeans e andai a recuperare la macchina nella piazza dove l’avevo parcheggiata.

   La vedi questa piazza? Guardala bene, perché la stai guardando per l’ultima volta: non rivedremo mai più questa piazza io e te, dissi al cruscotto della macchina prima di partire.

   E se vi sembra patetico, surreale o assurdo non mi interessa, correrò il rischio. Perché andò esattamente così e ve lo sto raccontando.

   Tornai verso casa, il mio piccolo inferno personale era solo all’inizio. Il viaggio era appena cominciato e l’esordio fu chiaro da subito: da lì in avanti niente sarebbe stato facile, nemmeno le cose che lo sembravano, niente. Era la fine delle cose semplici, la fine dei passaggi a buon mercato, la fine delle mille cazzate che avevo fatto in quella storia. Insomma era la fine, questo penso che si sia capito.

Postato da: GilRoland a maggio 23, 2005 13:40 | link | |

   Quella notte non sono riuscito a dormire e fu così per le quattordici notti successive: niente dormire, niente mangiare, niente lavorare, niente vivere. Niente di niente tranne un pensiero tagliente, continuo, presente, vivo e costante come un’ossessione: E’ Finita.

   Le ore erano completamente vuote e inutili, giorno e notte erano diventati un’opinione, non si erano nemmeno ribaltati tra loro, erano semplicemente scomparsi insieme a tutto quanto il resto: tutto l’universo iniziava e finiva con due parole: E’ Finita. Mi alzavo dal letto, facevo un caffè, mi accendevo una sigaretta e tornavo a letto. Chiudevo gli occhi cercando di dormire, mi giravo nel letto, cambiavo cuscino, lo toglievo, lo riprendevo, mi coprivo, mi scoprivo e mi giravo ancora: era una battaglia tra me e il mio letto e stavo perdendo dieci a zero, mi stava annientando. Allora mi rialzavo, bevevo un altro caffè, fumavo un’altra sigaretta e via nel letto: Stavolta sono sfinito, adesso riesco a dormire.

   Niente da fare, sono andato avanti così per quattordici giorni, alla fine sarò svenuto non lo so. Non lo so, perché ripensandoci oggi io ancora non so dire come sono riuscito a dormire: credevo che sarei morto di sonno, nel senso letterale del termine. Intorno al decimo giorno credevo che non avrei mai più dormito in tutta la mia vita.

   Il quindicesimo giorno mi svegliai intorno alle quattro del pomeriggio e appena sveglio decisi che dovevo assolutamente uscire da casa e cercare di allontanare quel pensiero ossessivo: dovevo scopare, ecco che cosa dovevo fare. Adesso mi faccio una scopata e mi passa tutto, pensai proprio così. Il che equivale più o meno a curare un infarto con una camomilla, ma in quel momento non lo sapevo.

   Telefonai a Rossella. Abbiamo avuto una storia io e Rossella, più o meno dieci anni fa. Ma nel corso del tempo ci siamo rivisti parecchie volte. E’ una tipa un po’ stronza, insomma se uno pensa di passarci la vita insieme s’è ripulito. Però come ho fatto sesso con lei non l’ho mai fatto con nessuna, mai, né prima né dopo: la numero uno. Nel corso degli anni quando ero libero da altre storie l’ho chiamata molte volte. Lei non era quasi mai libera da storie, ma se pensate che questo rappresenti un problema per Rossella vi state sbagliando di grosso. Lei fa quello che vuole fare quando gli va di farlo e questo è tutto. In un certo senso è una posizione invidiabile. Quindi la chiamai e uscimmo la sera stessa.

   Mangiammo una pizza e poi via a fare quello che tutti e due sapevamo che avremmo fatto.
Quella sera sono stato malissimo.

   Mi dava fastidio tutto: mi dava fastidio il modo in cui era vestita, il modo in cui mangiava, la sua voce, il suo profumo, il suo odore, i suoi capelli, tutto. E la cosa più strana è che lei non si accorse di niente, continuava a parlare non so di cosa, e parlava, parlava, parlava: non mi ricordo una sola parola, ma mi ricordo che non smetteva più di parlare.

Postato da: GilRoland a maggio 23, 2005 13:46 | link | |

   Facemmo l’amore in macchina. Io mi sentivo una specie di prigioniero di guerra, lontano da casa, da solo e sotto tortura: lo so che quella serata l’avevo voluta io, ma adesso che c’ero dentro non vedevo l’ora che finisse. Mentre facevamo l’amore improvvisamente mi venne voglia di piangere e di vomitare, insieme. Credo che non piansi perché volevo vomitare, e non vomitai perché volevo piangere, sembra strano ma credo che andò proprio così. Cercai di finire quell’orrore il prima possibile, poi scappai letteralmente al mio posto, ma lei non mi dava tregua. Ovviamente non sapeva niente di quello che stava succedendo nella mia vita e mi si buttò addosso, voleva essere coccolata. Quello fu veramente troppo: aprii lo sportello e scesi dalla macchina per respirare un po’ d’aria. Intanto la sensazione di vomito era passata, ma lo stomaco era completamente annodato dalle lacrime: non sapevo più come trattenermi, mi dovete credere, allora alzai gli occhi al cielo.

   Lei mi vide fare questo gesto, scese dalla macchina e si girò dalla mia parte:

   Tesoro! Che romantico… vuoi guardare le stelle?”, mi chiese.

   Volevo guardare le stelle? Io volevo morire. Non fra due giorni, non fra sei ore, non fra cinque minuti, volevo morire in quel preciso istante, in quell’attimo di disperazione in cui la situazione mi stava completamente sfuggendo di mano, in cui non ero più padrone di niente, meno che mai di me stesso. Volevo cascare per terra e morire, perché non potevo nemmeno piangere. Lei si avvicinò e mi abbracciò. Allora cominciarono a scendermi le lacrime, scendevano da sole e non potevo farci più niente. Non fu un pianto vero e proprio, perché non avevo convulsioni, singhiozzi o niente del genere: avevo solo queste lacrime che scendevano da sole e non sapevo come fare per fermarle. Lei continuava a parlare, ci credete che non si accorse di niente? Restammo abbracciati tutto il tempo, lei con la bocca sulla mia spalla a parlare, io con la testa nascosta tra i suoi capelli a piangere. Non c’erano lampioni dove stavamo, ma c’era lo stesso molta luce: il cielo era stellato e c’era la luna. Una gran bella serata di merda, niente da dire.

   Dopo quella sera non richiamai Rossella per molto tempo. Non mi ricordo se quella notte sono riuscito a dormire, in ogni caso in quel periodo la mia insonnia divenne cronica quindi importa poco se dormii o meno quella notte in particolare, perché da lì in avanti le notti insonni sarebbero state un fedele compagno di viaggio. In quelle notti pensavo e ripensavo alla mia storia, analizzavo ogni fatto alla ricerca dei miei errori, stavo ancora cercando di capire perché fosse finita, ma certe volte non c’è un perché. Certe volte finisce e basta.

   Il problema della mia storia era nell’insieme, non era una cosa in particolare. Non era io l’ho tradita, o lei mi ha tradito e cose del genere. Forse era tutto un problema, ma non era così, non lo so come spiegarvelo. Diciamo che Il Problema era come un puzzle: composto da tanti tasselli, tanti piccoli problemi che messi al posto giusto nel tempo, alla fine formavano Il Problema. Ecco, in quelle notti andavo alla ricerca di tutti quei piccoli tasselli che formavano il mio personalissimo mosaico. E li trovavo, altroché se li trovavo, ne trovavo fin troppi. Non escludo di averne inventato perfino qualcuno, mi sentivo responsabile di tutto, forse questo era l’aspetto peggiore. Ed era anche la bugia più grande che mi raccontavo in quel periodo, perché oggi so che come in tutte le storie complesse con almeno due partecipanti, infamia e gloria erano ben distribuiti.

Postato da: GilRoland a maggio 23, 2005 13:50 | link | |

   Intanto era estate. Non c’è nessun periodo dell’anno che aspetto così tanto come l’estate. Vivo solo col sole, al freddo sono una batteria scarica. Ma come potete facilmente immaginare, per il sole di quella estate trasmettermi energia non fu una faccenda tanto semplice. Se la nostra storia non fosse finita, quell’anno saremmo andati in Spagna, avevamo già programmato tutto. Ma la Spagna non ci vide, né quell’anno né dopo. Andai in Sicilia invece, con un amico. Per tutto il tempo della vacanza non vedevo l’ora di tornarmene a casa. Naturalmente la compagnia non c’entrava niente e nemmeno la Sicilia, che ancora oggi non so dire se mi sia piaciuta o no. Molto semplicemente non avevo tempo di pensare a quello che vedevo intorno, stavo ricostruendo il puzzle e quello era un lavoro a tempo pieno.

   Dopo due settimane finalmente tornai a casa. Dovevo vedermi con una tipa che avevo conosciuto da poco e appena tornato la chiamai. Lei era libera e decidemmo di uscire. Ancora prima di uscirci, stavo già cercando la scusa per mollarla. Se avessi potuto mi sarei chiuso in una caverna con un letto e una provvista per due anni, tutto quello di cui avevo bisogno era il mio puzzle da ricostruire. E quello me lo portavo dentro e mi seguiva ovunque, quindi sarebbe venuto anche nella mia caverna, dove avremmo potuto lavorare senza distrazioni. Ma non ci fu nessuna caverna in cui ricostruire puzzle, ci fu invece un appuntamento con questa sconosciuta.

   La sconosciuta era discretamente brutta, orribilmente banale e molto comunista. Mi raccontò del suo meraviglioso viaggio a Cuba, la patria dei suoi sogni, una vera e propria terra promessa. Mi raccontò di Fidel Castro, il suo uomo politico ideale. Mi raccontò che con cinque dollari potevi mangiare aragoste appena pescate e cucinate davanti ai tuoi occhi dalla moglie del pescatore.

   Quando disse delle aragoste fu uno dei pochissimi momenti in cui mi infilai nella conversazione per dire qualcosa: “E’ illegale”, dissi. “Lo sai che rischiano qualche anno di galera a venderle ai turisti? L’aragosta è monopolio di stato a Cuba.”

   Embé?”, disse lei. Prese il mio pacchetto di sigarette che stava sul tavolino e me lo sventolò sotto il naso: “Qui le sigarette sono monopolio di stato, almeno le aragoste non ti ammazzano”.

   A questo non seppi rispondere, così andò avanti a raccontarmi di tutte le cose meravigliose che aveva visto a Cuba. Mentre lei parlava, la mia mente lavorava.

   L’unica cosa positiva di quella serata fu la scelta del ristorante: eravamo in una terrazza di legno sopra la spiaggia, con il tavolo praticamente affacciato sul mare. Era una serata molto calda, cielo stellato, candela accesa al centro del tavolo e una luna specchiata su un mare completamente piatto. Mi ricordo che mangiai l’impepata di cozze più buona di tutta la mia vita. Mancava solo una bacchetta magica che facesse sparire l’intrusa che avevo portato con me e sarebbe stata una serata perfetta.

   Bevemmo un sacco di vino e alla fine della cena eravamo ciucchi come due scaricatori di porto. In quelle condizioni sarei anche riuscito ad arrivare fino in fondo se fosse stato necessario. Se non fosse intervenuto un miracolo a salvarmi, mi sentivo pronto a fare sesso con lei.

  

Postato da: GilRoland a maggio 23, 2005 22:09 | link | |

   Dopo meno di un’ora arrivò il miracolo. Ci eravamo trasferiti sulla spiaggia, lei si stava strofinando come se volesse bucarmi i vestiti o qualcosa del genere. La mia mano non stava a guardare e dopo un lavoro molto attento era arrivata quasi in area di rigore:

   “Aspetta un momento”, disse lei all’improvviso. Portava uno di quei vestiti lunghi estivi, quelli senza inizio e senza fine che te li infili dalla testa come un sacco e ti arrivano fino sotto le ginocchia. Si alzò il vestito e si avviò verso l’acqua. Non avevo idea di cosa volesse fare e sarebbe stato molto meglio se non l’avesse fatto. Arrivata con l’acqua all’altezza delle ginocchia, si infilò una mano nelle mutandine, armeggiò pochi secondi ed estrasse una cartuccia lunga cinque centimetri che una volta era stata bianca. Poi, come se niente fosse, si girò verso di me e buttò il tampax nell’acqua.

    Una fitta di rabbia mi penetrò nel cervello e mi attraversò con una lunga scossa fino alla punta dei piedi. Quel tampax buttato in quel mare illuminato dalla luna, davanti a una spiaggia deserta sotto un cielo come quello mi sembrò peggio di uno sfregio: mi sembrò un vero e proprio stupro. Lei uscì dall’acqua e io non sapevo più che cosa dire: a quel punto mi era passata pure la sbronza. 

   “Andiamocene”, le dissi appena uscì dall’acqua.

   “Come andiamocene?”, disse lei. Mi guardava come se le avessi appena rivelato di venire dal quadrante Sigma Ori nella nebulosa di Orione.

   “Sì andiamocene, mi sta venendo da vomitare, ho bevuto troppo vino”, le dissi. Poi mi girai senza aspettare nessuna risposta e mi incamminai verso la macchina. Non vedevo l’ora di arrivarci.

   Durante il viaggio di ritorno mi venne un’idea:

   “Alle ultime elezioni non sapevo chi votare. Alla fine ho votato Previti”, le dissi di punto in bianco.

    A quelle parole si voltò verso di me come un serpente a sonagli pestato sulla coda:

   “Tu hai votato chi?”, disse sgranandomi gli occhi addosso.

   “Previti, non sapevo chi votare, alla fine ho messo una croce lì”, le risposi con aria distratta. Credo che se avesse avuto una pistola mi avrebbe sparato. Non era vero che avevo votato Previti, ma sul momento non mi venne idea migliore per cancellarla dalla mia vita prima ancora che ci mettesse piede. E vi dico di più: credo che non esistesse proprio un’idea migliore di quella per ottenere lo scopo. Appena arrivammo al parcheggio dove aveva lasciato la sua macchina, si fiondò letteralmente fuori dalla mia, aprendo lo sportello ancora prima che mi fermassi:

   “Pensavo che fossi diverso”, disse sbattendo lo sportello. Credo che durante tutto il viaggio di ritorno non abbia pensato ad altro se non a cosa dire nel momento in cui fosse scesa dalla macchina: Pensavo che fossi diverso.

   Se voleva colpirmi fece cilecca: ero fuori portata dal momento in cui quel tampax aveva toccato l’acqua. Se serve che ve lo dico, dopo quella sera non l’ho più vista né sentita.

Postato da: GilRoland a maggio 23, 2005 22:17 | link | |