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lunedì, 23 maggio 2005

   Facemmo l’amore in macchina. Io mi sentivo una specie di prigioniero di guerra, lontano da casa, da solo e sotto tortura: lo so che quella serata l’avevo voluta io, ma adesso che c’ero dentro non vedevo l’ora che finisse. Mentre facevamo l’amore improvvisamente mi venne voglia di piangere e di vomitare, insieme. Credo che non piansi perché volevo vomitare, e non vomitai perché volevo piangere, sembra strano ma credo che andò proprio così. Cercai di finire quell’orrore il prima possibile, poi scappai letteralmente al mio posto, ma lei non mi dava tregua. Ovviamente non sapeva niente di quello che stava succedendo nella mia vita e mi si buttò addosso, voleva essere coccolata. Quello fu veramente troppo: aprii lo sportello e scesi dalla macchina per respirare un po’ d’aria. Intanto la sensazione di vomito era passata, ma lo stomaco era completamente annodato dalle lacrime: non sapevo più come trattenermi, mi dovete credere, allora alzai gli occhi al cielo.

   Lei mi vide fare questo gesto, scese dalla macchina e si girò dalla mia parte:

   Tesoro! Che romantico… vuoi guardare le stelle?”, mi chiese.

   Volevo guardare le stelle? Io volevo morire. Non fra due giorni, non fra sei ore, non fra cinque minuti, volevo morire in quel preciso istante, in quell’attimo di disperazione in cui la situazione mi stava completamente sfuggendo di mano, in cui non ero più padrone di niente, meno che mai di me stesso. Volevo cascare per terra e morire, perché non potevo nemmeno piangere. Lei si avvicinò e mi abbracciò. Allora cominciarono a scendermi le lacrime, scendevano da sole e non potevo farci più niente. Non fu un pianto vero e proprio, perché non avevo convulsioni, singhiozzi o niente del genere: avevo solo queste lacrime che scendevano da sole e non sapevo come fare per fermarle. Lei continuava a parlare, ci credete che non si accorse di niente? Restammo abbracciati tutto il tempo, lei con la bocca sulla mia spalla a parlare, io con la testa nascosta tra i suoi capelli a piangere. Non c’erano lampioni dove stavamo, ma c’era lo stesso molta luce: il cielo era stellato e c’era la luna. Una gran bella serata di merda, niente da dire.

   Dopo quella sera non richiamai Rossella per molto tempo. Non mi ricordo se quella notte sono riuscito a dormire, in ogni caso in quel periodo la mia insonnia divenne cronica quindi importa poco se dormii o meno quella notte in particolare, perché da lì in avanti le notti insonni sarebbero state un fedele compagno di viaggio. In quelle notti pensavo e ripensavo alla mia storia, analizzavo ogni fatto alla ricerca dei miei errori, stavo ancora cercando di capire perché fosse finita, ma certe volte non c’è un perché. Certe volte finisce e basta.

   Il problema della mia storia era nell’insieme, non era una cosa in particolare. Non era io l’ho tradita, o lei mi ha tradito e cose del genere. Forse era tutto un problema, ma non era così, non lo so come spiegarvelo. Diciamo che Il Problema era come un puzzle: composto da tanti tasselli, tanti piccoli problemi che messi al posto giusto nel tempo, alla fine formavano Il Problema. Ecco, in quelle notti andavo alla ricerca di tutti quei piccoli tasselli che formavano il mio personalissimo mosaico. E li trovavo, altroché se li trovavo, ne trovavo fin troppi. Non escludo di averne inventato perfino qualcuno, mi sentivo responsabile di tutto, forse questo era l’aspetto peggiore. Ed era anche la bugia più grande che mi raccontavo in quel periodo, perché oggi so che come in tutte le storie complesse con almeno due partecipanti, infamia e gloria erano ben distribuiti.

Postato da: GilRoland a maggio 23, 2005 13:50 | link | |


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